Lo annuncia quella voce insipida, monocorde e fredda. Non un difetto di pronuncia, non un'alterazione, non un piccolo indizio per capire se nasale o che altro. Una voce e basta. E io detesto che il muro sonoro che gli auricolari proiettano direttamente nei miei timpani venga sfondato da qualsiasi cosa. Figuriamoci da una voce così idealizzata da sembrare inesistente.
Che poi, io Padova la conosco bene. So quando e dove dovrò scendere da questo tram. Riconosco ciò che sto vedendo dai finestrini. Non ho bisogno che mi venga detto. Non ho bisogno di nessuno in tram, eppure mi piace osservare chi condivide il viaggio con me.
Lo ammetto, quando più di un lustro fa hanno cominciato a sventrare le strade che fino a quel momento affrontavo solo in bicicletta e in autobus, pensavo che fosse completamente inutile. Ma quante cose dovevo ancora vedere all'epoca: Londra, Parigi, Amsterdam, le stazioni delle metropolitane, dove ogni treno perso è un'occasione sfuggita ma anche una che si presenterà in breve; le fermate dove la gente, appunto, finalmente, si ferma. E aspetta. La malattia della metropoli sembra non avere speranze su di me, sono io ad andarla a cercare invece che fuggirne.
Questo tram che taglia da nord a sud Padova, solcando quelle piccole nuove isolette dove la gente sale e scende, per un po' mi danno l'illusione di trovarmi lì, in una grande, grandissima città, dove nessun luogo è mai deserto ma si è comunque e sempre più irrimediabilmente soli.
Ai Ponti Romani tantissima gente scende e altrettanta ne sale. Il mio viaggio anche oggi è finito, il mio biglietto si può buttare, ora è il momento di camminare.
Appoggio il piede sulla banchina. Destra o sinistra? E' uguale, entrambe le direzioni mi portano a destinazione. Guardo a sinistra e il mio passo sicuro e distratto si interrompe. Vedo dei capelli lunghi, lisci, castani scuri come nessuna tinta potrebbe, che si disperdono piangendo su una schiena straordinaria; mi fermo a guardarla come un astronomo guarda la superficie lunare, con le sue dolcezze e le sue asperità. La più dolce di tutte è il culo. Rotondo, tendente verso di me, e poi ciò che è dietro di me, e poi l'infinito, e poi oltre, mentre due gambe autorevoli si fanno carico di sostenere questa meraviglia. A destra penzola una borsa di simil pelle nera, con fare annoiato e stanco come solo un finire di estate torrida può fare. Simmetricamente a sinistra, all'altezza dell'orecchio un braccio filiforme e dorato sostiene un cellulare.
Impiego solo pochi centesimi di secondo a rendermi conto di essere di fronte a una delle creature femminili più attraenti che abbia mai incontrato; e non ho visto che le spalle. Mi avvicino, fingendomi ancora distratto. Inizio a roteare la testa per guardarmi intorno, ma non è che un diversivo; cerco il suo viso, cerco i suoi occhi, perché no le sue tette. Piano piano le spalle si trasformano in tre quarti, e poi in un profilo, in una sorta di fase lunare in cui il suo viso piano piano mi si svela. Sarebbe un classico la delusione, un viso violentato dal tempo, la sfortuna, l'acne, la natura o chi per lei. E invece no. E' tutto come nei film. E' bellissima. La schiena non era che l'anticamera di una splendida stanzetta.
Era ferma, e in silenzio, mentre io ancora assordato dai miei auricolari, dopo averla raggiunta e affiancata perfettamente, caduto ogni stratagemma per sembrare discreto, cominciavo inesorabilmente a superarla e allontanarmi da lei. Con il cuore in rivolta, per aver ancora una volta accettato il fatto di poterla solo fantasticare una creatura simile al mio fianco. Crudele schifoso mondo di caste. Ingiustizia di un mondo al quale sono inadeguato. Guardare e non toccare.
All'improvviso, quando siamo praticamente faccia a faccia una soffocante e acida zaffata mi annebbia le vie respiratorie. Merda. No peggio, qualcosa di...sì, decisamente...devastante.
Pesce.
E' pesce cazzo.
Questa grandissima gnocca puzza di pesce morto.
Ecco che il film finisce, la pellicola si inceppa, il disco si incanta, il libro si strappa. La perfezione non esiste, ridacchio ringalluzzito fra me e me. Non la posso avere io, non la può avere nessuno. Non ce l'ha nemmeno lei. Mi allontano con il cuore più leggero, girando per sempre lo sguardo dal suo e proseguendo sui miei passi mentre il tram dal quale sono sceso mi sfreccia accanto.
Lì, dove la ragazza non c'è più, delle grandi porte verdi si chiudono. Il carico di pesce è entrato tutto, il supermercato che da sulla piazzetta nella via parallela anche oggi lo venderà tutto entro le sette.
Io riprendo il mio consueto passo spedito preferendo pensare di aver vinto la mia piccola partita quotidiana contro l'inadeguatezza.
La prima cosa che vidi fu il pollice in su. Com'è giusto che sia. Estrema appendice di un braccio teso e sporto, perfettamente perpendicolare al corpo eretto dal bordo del marciapiede. Un viso piuttosto sofferente, non saprei dire se assonnato o sfatto; ai piedi uno zaino di quelli da campeggio, che coprono tutta la schiena con i rotoli di materassino infilati sopra. L'immagine fu breve e fugace, scivolò via proiettandosi velocissima sul mio parabrezza per poi scomparire d'improvviso alle mie spalle.
Dovevo fermarmi?
Autostoppista vicino al cavalcavia della stazione, pressappoco la mia età, forse qualche anno in più. Pochi minuti alle due di notte, una città deserta, pur se in centro, pur se di venerdì sera. E' estate in fondo.
Non proprio deserta. Al semaforo mi ero affiancato a una piccola utilitaria, con dentro due ragazzi facilmente etichettabili come fattoni: allargatore all'orecchio, canotta Nba, capelli cortissimi, fumo imperante nell'abitacolo. E un pastore tedesco. Sui sedili di dietro, che mi aveva fissato con occhi gelidi.
Avevo ricambiato. Un po' vigliaccamente, con aria di sfida, tanto ero chiuso nel mio di abitacolo, con la mia musica. Alla peggio l'avrei visto abbaiare furioso con ben due finestrini a separarci. Ma non c'era stato tempo, il verde era arrivato quasi inaspettato, e tranquillamente, senza troppa foga, ero ripartito. Forse troppo lentamente, è che non mi andava che per caso pensassero stessi gareggiando inutilmente con loro. Odio chi lo fa, lo trovo presupponente e addirittura ridicolo, in strade come quelle arcellane. Voglio fugare da me ogni dubbio, talvolta vorrei perfino che pensassero “Toh, che bello. Finalmente uno che non fa il cretino per strada”, ma so che un pensiero del genere verso un estraneo è più unico che raro.
E' stata una fortuna però, che partissi lentamente. O non avrei visto l'autostoppista.
Che sorpresa, non mi capita spesso. La serata era stata abbastanza divertente e alcolica da far sì che una visione così insignificante e inutile facesse viaggiare la mia fantasia. E se mi fermassi? Ero quasi sceso dal cavalcavia ormai, ma la faccia della ragazza era stampata nella mia mente.
Sofferente sì. Probabilmente era lì da molto, e aveva davvero bisogno di un passaggio. Faticavo a leggere malizia in quegli zigomi inarcati. Una con una espressione del genere non può certo fare del male.
Oppure fa anche questo parte del diabolico piano criminale? Mi stampo in faccia un'espressione che scalfisca i pii animi degli automobilisti, saranno prede più facili. Meglio non fidarsi.
Mi giro? Che disdetta, troppo difficile in quella strada. E poi significherebbe rifare il cavalcavia, avanzare altri 300 metri e rifare il semaforo. Troppo forse, per un gesto di cortesia magari pure nefasto.
Quello zaino però. Che ne so, i criminali usano portarsi dietro lo zaino? E' tutta una recita così congegnata? Ci sono criminali che lo sono diventati proprio perchè troppo intelligenti per restare onesti. Non voglio scoprirlo a mie spese. Mi rimetto a ricordare con sforzo gli orari dei treni della stazione di Padova, per quelle poche volte che li ho presi nella mia ormai lunga vita.
Sì, effettivamente il traffico delle fermate, a meno di eccezioni, termina proprio verso le due. Quella ragazza era scesa dal treno, doveva andare chissàdove, ed ha deciso di affidarsi alla buona fede della gente. Sbagliando.
Che zona di merda è la stazione. Una ragazza come lei sarebbe stata facile preda di una rapina, o alla meglio testimone scomoda di scene scomode. E' la vittima o il carnefice, continuavo a chiedermi dopo ormai tre semafori da quel fugace incontro.
Ciao, dove vai? Io sono Marco comunque, piacere. Tranquilla, non ho cattive intenzioni, e come vedi non ho certo un aspetto minaccioso, voglio veramente portarti dove vuoi che ti si porti. Sembravi così affranta, su quel marciapiede. Sai, io suono. Amo la musica, ascoltarla e ancor più suonarla. Sono un batterista, perlomeno ci provo, ma ho anche un ego talmente grande che mi obbliga a essere cantante e chitarrista di un'altra band che ho fondato. La batteria è fantastica, ma starmene dietro e lontano dagli occhi del pubblico è un prurito che non riesco a ignorare. Mi piace anche scrivere, è una cosa che va un po' di pari passo con lo scrivere canzoni per certi versi. Per altri proprio no. Tu hai un ragazzo? Scusa se sono indiscreto, in effetti io non ne ho una da molto tempo, e non ho ancora capito se sono spaventato dall'idea o se semplicemente non mi va di averla per adesso. Non fraintendermi, non è che io sia triste, e nemmeno che stia ancora pagando i postumi di altre storie finite. Perchè ne ho avute sai, comehaidettochetichiami?, e ci sono stato anche bene sai. Però alcune cose le ho sbagliate. Ero uno di quelli che pensava di poter rimanere in buoni, ottimi rapporti con le sue ex ragazze, ma evidentemente avevo una considerazione esagerata di me. Te ne accorgi troppo tardi. C'è poco da fare. Una te la fa pagare veramente solo se non perdona. Mai. E infatti sto ancora aspettando, ma ormai le speranze si consumano. Ma che ci fai a Padova? Magari sei qui proprio per dimenticare una storia finita male e io ti sto annoiando con storie che non ti interessano, sì in effetti perdonami sai, sarà la birra in più o il fatto che è la prima volta che porto un autostoppista. Effettivamente è una bella cosa, si fan due chiacchiere. A proposito, come si scrive chiacchiere? Con la “i” o senza? A me vien sempre da metterla, pur studiando lettere non mi sono mai tolto questo dubbio. Tu che fai? Studi? E' bello sai, io finite le superiori non avrei più voluto vederlo un libro, poi ho scoperto quanto sia bello. Piano piano, così. Ecco, l'unica cosa che penso di non aver sbagliato è l'università, sono veramente contento e soddisfatto della mia scelta. Ho visto tanti amici perdersi per strada e proprio non riesco a calarmi nei loro panni. Per me è stato così facile e automatico, nemmeno un ripensamento. L'ho scelta quasi alla leggera.
Oh, guarda, siamo già arrivati, ecco casa mia. Ah ma poi, dove volevi che ti portassi?
Scendo, chiudo la portiera, il giardino è silenzioso come sempre, e come sempre il rumore dei miei passi si nasconde sotto a quello che mi canticchio nella testa, come se non avessi mai spento l'autoradio. La luce della terrazza è già spenta. La ragazza è rimasta sul marciapiede del cavalcavia vicino alla stazione, e non mi ha ascoltato. Guardo il telefono: nessun messaggio, nessuna chiamata.
Premo “Crea Nuovo Messaggio”: -Mi ha fatto piacere parlare con te, sembrava di conoscerti da anni. Buonanotte. -
A sinistra “Invia”. A destra “Annulla”. Premo a destra.
Che perversi. Novanta minuti, zero a zero. Nessun segno di vita.
Il festival estivo al parcheggio dello stadio, che ogni sera trabocca di colonie di alternativi e giovani annoiati, stasera si è raccolto sotto quel tendone bianco, e negli intervalli s'annebbia di sigarette. Qualcuno ne approfitta per sgranchirsi le gambe, prendersi una birra o una crepe ai baracchini lì intorno. Chi vende magliette cool, abbigliamento etnico, orecchini o pipette artigianali avrebbe fatto meglio a chiudere bottega e stare a casa, stasera. Stasera.
Se ci si allontana, bisogna lasciare uno o due amici a presidiare le panche, che non si sa mai che al ritorno bisogna vedersi i supplementari in piedi.
Che perversi. Sempre soffrire bisogna, per questa nazionale. Mai una vittoria schiacciante. Mai un atto di forza, un diktat rasoterra.
La febbre dei mondiali contagia anche le donne, sono parecchie sotto a quel tendone, alcune addirittura con un tricolore sulle guance. Io il mio tricolore me lo sto mangiando avidamente, approfitto della pubblicità per affondare la faccia sull'anguria sputando qua e là i semini, perchè ai supplementari mica si potrà tenere la testa bassa; quando una di queste tifose quadriennali mi si siede accanto. “Avresti una cicca?”. No cazzo, non ce le ho le cicche, ho girato una decina di bar in sella alla mia bici nella speranza che vendessero anche sigarette. Che idiozia fidarmi dei distributori la sera della semifinale. Che idiozia fumare senza controllo fra mattina e pomeriggio.
E dire che la prima della giornata è stata, e resterà, la sigaretta più buona della mia vita.
Va bene Marco, puoi andare, avevano detto tutti e sei, con un sorriso di ceramica e la fronte squagliata. Io mi alzavo, jeans e maglietta rossa, con un quadrato bianco al centro del petto e una scritta in nero I don't want to miss you. Voltavo loro le spalle per sempre ma non me ne accorgevo, non ancora. Passi automatici, lungo tutto il corridoio dell'aula magna di un liceo che per la prima volta, dopo cinque anni, mi aveva chiuso dentro con l'estate fuori. Camminavo, raggiungevo la porta. Risucchiavo la fiamma per dare vita alla sigaretta, la staccavo dalla bocca e puff. Fumo dappertutto. Il mio primo tiro maturo. Chi non fuma non può capire cosa vedi uscire dalla bocca insieme al fumo, il giorno in cui finisci le superiori.
Offro una fetta d'anguria alla ragazza. Carina, ma mi pare di averla vista con uno. Adesso si sta prendendo un toast, o forse è in cerca di una sigaretta anche lui. Accetta volentieri. Sono l'unico genio che ha pensato a portarsi un'anguria. Tutti attorno a me sbavano, quando lo schermo non trasmette la partita, ovviamente. Nel frattempo torna Carlo con la sua birra e riprende il suo posto accanto a me. “Alla fine quell'Odonkor non ha fatto un cazzo; speriamo che non si svegli ai supplementari”. Effettivamente il telecronista, Caressa, ha un po' esagerato nel descriverlo quando è entrato in campo a un quarto d'ora dal novantesimo. Attenzione perchè questo è velocissimo, aveva detto. Carlo ridacchia e fa per portarsi la birra alla bocca quando non si sa come, e a tutti almeno una volta è successo ma nessuno mai sa come, nessuno sa spiegarlo, il suo pollice e il suo indice a calamita scivolano sul bicchiere di plastica, lo perdono, il bicchiere si piega al peso della birra, si tuffa orrizzontalmente, impatta sull'asfalto e innaffia i piedi di chi ci sta davanti. Scoppio a ridere, le bestemmie di Carlo peggiorano le cose, mentre a terra rimane solo una schiuma bianca simile al mare sporco appena passato sul bagnasciuga. Quante bestemmie. Gliene sentii tirare di più forse solo il giorno della prima prova, quando, chiamato a estrarre la lettera da cui sarebbero cominciati gli orali, si condannò a uno studio disperato estraendo proprio quella del suo cognome. Bestemmiò tanto. E lo feci anch'io. La mia “V” era piuttosto lontana dalla sua “B”. Ebbi la conferma di quello che temevo di più dalla prof di Astronomia. “Seguendo il calendario dovresti essere il 4 luglio”.
Parto il quattro luglio, mi aveva detto Claudia. I miei mi portano con loro ad Ancona, sto via tre settimane. Era piuttosto turbata quel giorno, le avevo appena chiesto scusa strisciando, per essere schizzato ancora. Mi succedeva spesso, in quel periodo prima degli esami, nella cieca speranza che lei potesse risolvermi problemi che non conosceva, e che io forse ingigantivo. Mi aveva detto che partiva quasi come se non le dispiacesse affatto partire. Volevo che fosse triste, che mi facesse quelle stupide raccomandazioni che si fanno, come “fai il bravo finchè sono via, eh?”; invece era immobile, ma non tesa. Ero appena tornato sui miei passi per uno schizzo, non potevo schizzare ancora, dunque avevo lasciato correre. Appena la prof mi disse quella data, mi convinsi dell'esistenza di Dio e della malvagità. Niente appassionati arrivederci amore; io al mio orale, tu in macchina con gli auricolari e lo sguardo sulla linea della carreggiata. Saresti tornata a estate praticamente già finita. Almeno per te.
Carlo abbandona la birra, comprarne un'altra è ormai un suicidio, Italia e Germania sono già in campo, stanche e tese. L'anguria nello stomaco mi accende la voglia di nicotina, ma non ce le ho le sigarette, cazzo, mentre la ragazza sta finendo quella che è riuscita a scroccare non so dove. Gli azzurri centellinano, come al solito, i crucchi da bravi guerrafondai studiano la situazione per colpire. I supplementari per noi sono sempre una mezzora di Caporetto; lo insegna la storia recente. O teniamo duro fino ai rigori dove mostriamo tutta la nostra emotività, e che speranze abbiamo contro i freddi calcolatori tedeschi? Oppure ci facciamo fregare, ci sfondano le linee e ciao, un gol basta a condannarci. Giocano pure in casa, i bastardi.
Piovono gli insulti su Mertesacker, il terzino, ma effettivamente se un giorno inventassi la torta alla merda e dovessi darle un nome la chiamerei così.
Sulle ultime battute del primo supplementare mi ripongo la domanda che sistematicamente mi sono posto contro la Romania, e prima l'Australia, e la Repubblica Ceca, gli Stati Uniti e il Ghana. Chi cazzo è Fabio Grosso? E perchè indossa quella maglia?
Ho smesso di seguire il calcio nel 2002, dopo i vergognosi mondiali coreani, e quando la scuola ha cominciato a assorbirmi un po' di più del compitino. I volti sono cambiati, i nomi sulle maglie anche, e se pure so bene di sbagliarmi, mi sorprendo di non vedere in campo Baggio, Signori, Zola, Fiore, Pagliuca, insomma cazzo, quelli che conosco. Chi cazzo è Fabio Grosso? Dove gioca?
Che perversi.
E masochisti per giunta.
Mi sento un po' anche io tifoso quadriennale. Ma che importa. A qualcosa dovrò pur pensare no, in questo maledetto quattro luglio di merda.
Correvo come un pazzo, forse non avevo nemmeno chiuso la chiamata del telefono di casa. Avevo fretta, dovevo farmi perdonare, ero schizzato di nuovo, e stavolta non avevo scuse: gli esami erano finiti due ore fa. Legavo la bici a un cancello mentre la salutavo gioiosamente col sorriso: dovevo mostrarmi sereno e allegro, dovevo farle vedere che non ero più turbato e che anzi, me ne vergognavo. Rispondeva con un grugno, gli occhi fissi su qualcosa oltre a me, dietro di me, forse un albero immobile, o un cartello stradale, o il chiosco dell'edicola in fondo. Insomma qualunque cosa fosse non interessava per niente a Claudia, ma era sempre meglio che guardare uno schizofrenico.
E' fantastico che partiate il pomeriggio e non siate partiti la mattina, così possiamo stare un po' insieme, anche se poco, ma insomma, l'importante è che siamo qui, e che io abbia finito.
Guardava altrove. Impassibile. La baciavo, si toglieva dopo pochi secondi, come se dovesse prendere aria. Smontava pezzo per pezzo la mia commedia della coppia felice, ma io non cedevo, fermo nel proposito di doverle dimostrare che ero cambiato, e che erano gli esami il mio problema, non la gelosia, non l'incapacità di fidarmi di lei. La baciavo, la accompagnavo in negozi di sapone, di calze, tabaccherie, lungo strade trafficate sotto il sole battente a ora di pranzo, poi fino a casa, sempre baciandola, accarezzandola, riservandole sguardi quasi in pena, mentre lei con perizia scientifica mi spiegava che non mi amava più.
Tutto in un attimo. L'area della Germania folta di giocatori, Pirlo ha la palla, non sa che farsene, la lascia a Grosso, sì, chi cazzo è quello, e lui, quasi come scottasse, la scaraventa verso la porta. Ed entra.
Gaaaaaaaaaaaal urla Caressa violentando la o e la sua voce. Non lo sentiamo, stiamo urlando più forte. Siamo in migliaia e stiamo tutti urlando, perchè va fatto, perchè forse siamo felici davvero, che quella maledetta palla sia entrata, anche se a noi non viene in tasca nulla. Davanti si sono alzati in piedi sulla panca, non vedo più niente, dribblo lo sguardo attraverso le braccia che mi strappano lo schermo come rami morti. Grosso sta correndo, scuote la testa come impazzito, è di spalle e mostra come un diadema il suo numero tre dorato sulla schiena.
Mi dava le spalle, con la sua maglia azzurra, si allontanava. Continuavo a guardare, sperando che si girasse, che mi guardasse, che avesse un po' di cuore, mi svegliasse e mi dicesse che era tutto finto e non stava succedendo.
Ma non si girava, scompariva dietro al suo cancello.
Soffriamo ancora.
Come dei pivelli ci chiudiamo, facciamo barricata, manca solo un minuto. Teste di cazzo che siamo, non impareremo mai.
Tutto in un attimo, di nuovo.
Caressa urla il nome del capitano, in riverenza sua, e della castagna che ha appena tolto dal fuoco. E che finisce tra i piedi di Gilardino. Che è uno contro uno. Aspetta, cede a Del Piero. Del Piero calcia. La palla prende vita, descrive un arco, si infila sotto. Ancora urla, salti, sberle, insulti, muscoli della faccia tesi in una smorfia rugosa, tonsille bastonate.
E' davvero finita adesso.
Due a zero.
“Andiamo a Berlino, Beppe! Andiamo a Berlino! Andiamo a Berlino! Andiamo a Berlino!” Caressa lo ripete dieci, venti, cento volte. Usciamo correndo dal tendone, continuamo la corsa per tutto il festival, corriamo in cerchio, sventoliamo le bandiere, urliamo cose senza senso, siamo felici. Siamo tutti felici. Due a zero. “Andiamo a Berlino, Beppe!”.
Le bancarelle tornano a popolarsi, questa sera in ritardo. Si sentono postumi di urla, risate a non finire, qualche coro restio a spegnersi, luci sparse sull'enorme parcheggio dello stadio sovrastato da una collina d'erba. Carlo, ancora sudato e pitturato di bianco, rosso e verde, sale sulla moto, fa per infilarsi il casco. “Beh io vado, a domani. Ah, mi raccomando” mi sorride, battendo una mano sulla mia spalla.
“Che farai?” mi dice.
Abbasso gli occhi, mi mordo il labbro: “Beh” gli confesso “io...vado a Berlino”.
Non dice nulla. Sorride di nuovo. Sorrido anch'io. Un po' amaramente. Sgasa, sgomma, e scompare in fondo alla strada.
Sono davvero spiacente di non essere riuscito ad arrivare alla fine di Orizzonte Mobile. Perchè non finire un libro è sempre una scommessa persa, tantopiù se apprezzi la scrittura. Temo si tratti di un mio problema con i luoghi. Con la natura, la Terra, l'uomo. Sono fatalmente attratto dal Dove. La metropoli ingorda, la campagna che sussurra, il mare rugoso, la montagna immobile, le casette inglesi tutte-uguali-tutte, gli edifici schiacciati di Amsterdam, la maestosità quasi nauseante dei palazzi parigini, le spiagge di sassolini che ripagano la perdita del soffice sotto i piedi con la pulizia e il candore diffuso, la nebbia squagliata dagli alberi morti, le foglie rosse che rivestono come un tappeto i vialetti. Ogni angolo del mondo meriterebbe una fotografia, un appunto sul taccuino, un pensiero, un segno equivocabile del fatto che c'eri, che hai visto, e proprio così come gli occhi hanno immortalato la prima visione, così vorresti ricordarti di quell'angolo. Molte cose mi tengono a Padova e mi limitano i viaggi. Si chiamano sogni. Forse un giorno si chiameranno illusioni. Il Cile, l'Argentina, il Polo Sud, sono scenari che mi farebbero perdutamente innamorare. Ma in un giorno che non è oggi. Un giorno in cui sarò pronto all'estremo, a comprendere la sofferenza del pinguino vedendola coi miei occhi, un giorno in cui potrò perdermi fra i racconti di chi l'ha visto prima di me e poter sovrapporre i suoi ricordi ai miei, un giorno in cui il ghiaccio mi potrà parlare come ha parlato a Del Giudice, e come io non ho potuto ascoltare e capire. Perdendo una scommessa.
A maggio succede quello che succede a ogni maggio. Ma a differenza di novembre, aprile, gennaio, ogni maggio sembra il primo. Come se ce lo dimenticassimo il mare, il parco, il sudore sulla pelle per quattro passi, le sere in maglietta. A maggio scopriamo che c'è il mondo fuori dalle case e dai cappotti e ci sembra come se iniziasse una lunga, lunghissima stagione, e ripetendoci che non c'è pertanto alcuna fretta di viverla, la lasciamo scorrere per rimpiangerla e poi dimenticarla. Fino a maggio.
A maggio ricompare anche quel rumore del cazzo. A volte temo che si senta solo dalla mia terrazza, ma sicuramente mi sbaglio. Forse anzi, nella mia terrazza ci vado solo quando tutto è così spento e addormentato che l'aria stagnante permette a quel rumore del cazzo di propagarsi per sembrare allo stesso tempo vicino e lontano, ma in ogni caso disperatamente immobile.
Il mio appartamento è parte di un palazzo, che assieme ad altri tre è parte di un condominio, che assieme ad altri forma il comune dormitorio alle porte di Padova dove mi sono trasferito nel 1990. E' il tipico paesino cresciuto come i funghi crescono attorno al sentiero calpestato. La chiesa, un campanile esagerato con un fosco passato, tre panifici, cinque gioiellerie (perchè quelle non devono mancare), un fotografo con un piccolo scaffale di dischi (pochi e brutti), un enorme atelier di arredamento ricavato da un parallelepipedo verde, due scuole, due bar, una gelateria, due tabaccai dove per diciassette anni della mia vita ho solo comperato biglietti dell'autobus, unico veicolo verso qualcosa di più popolato. Più in là, le campagne; la nebbia; il gap di qualche decennio nel giro di una manciata di chilometri.
L'autobus arancione n°19 passa la gelateria, si infila in una strada in discesa, va al buio e rispunta 20 metri dopo, da una salita. E' il sottopasso, il punto dove la strada principale del paese incrocia la ferrovia. La ferrovia, due binari che passeggiano senza potersi guardare fino a una stazione ufficialmente funzionante, ma di fatto abbandonata. Uno sportello sempre chiuso, come una dissuasione al viaggio, perchè “la tua vita è qui, e qui resterà”. E se proprio si deve, ci pensa una voce elettronica a stamparci il lasciapassare per altri lidi. Due soltanto. Padova e Venezia. Ci pensino loro a dirottarti altrove. Noi ciò che volevamo dirti l'abbiamo detto.
I binari morti resuscitano solo quattro o cinque volte al giorno. Una volta perso il treno, il vagone scompare dietro a un incombente orizzonte, e torna a regnare il silenzio. Lì.
Perchè il fischio, il cigolio sui binari, l'aria ferita dai vagoni si impastano e si amalgamano, salgono e rimangono in attesa di riscendere, e tornare a pervadere la visione sul mio giardino, che guarda proprio a quella ferrovia resa invisibile da mezzo chilometro di vite altrui.
A maggio i rumori si scongelano, le finestre nelle sere estive restano aperte e attendono pazienti il destino del paese dormitorio, ovvero il sonno.
Ma io no. Io lo aspetto. A volte dopo una serata passata in un luogo dove il pensiero del rumore del cazzo non mi sfiora, né potrebbe d'altronde, perchè impercettibile in quel vociare.
Il rumore del cazzo non sa che disobbedisco; che lo ascolto ogni sera da maggio; che il mio sonno non arriva mai prima di lui. Ma non si deve preoccupare.
Vorrei raggiungerlo, catturarlo, amplificarlo, scomporlo, capirlo – oh quanto lo vorrei. Mi basterebbe anche solo sapere che non è la mia immaginazione, che esiste davvero. Gli chiederei perchè si sente solo a maggio, e probabilmente mi risponderebbe che prima fa troppo freddo per uscire la sera e io abbasserei gli occhi deluso, come qualcuno che spera di mettere in imbarazzo qualcuno con una domanda e riceve una risposta che non ammette repliche. Non mi rimarrebbe che pensare, risentito e offeso, che sì, è proprio un rumore del cazzo.
Se tendo l'orecchio, quando la notte sono in terrazza a sua insaputa, e tutti dormono, non riesco a stabilire se sia più netto e percepibile a ovest, più acuto a est, più debole a nord. Attraversa uniforme il paesaggio, come fa la nebbia quando fa freddo, e la mia terrazza è un cimitero di arbusti. No l'inverno non è stagione da rumori del cazzo, da sigarette notturne sul terrazzo. Niente riflessioni profonde, niente brividi di anni passati a riunire le fila di una infanzia che poi è diventata adolescenza e che forse sta già diventando altro sempre con quel rumore del cazzo ad accompagnare i pensieri, sempre sopra a quella terrazza, sempre con gli occhi sul giardino illuminato.
Lo senti tu il rumore del treno e della strada, il rumore della notte, il rumore delle sere calde? vorrei chiedere a Michele, il bambino grasso che abita al quinto piano della strada vicino al cimitero (si c'è anche quello nel mio paese). E' stata sufficiente la prima ora del primo giorno della prima elementare a scoprire il piacere di ridere con qualcuno che non fosse mio fratello o uno dei miei irraggiungibili amichetti dell'asilo del centro; Michele disse talmente tante stupidaggini, e io altrettante, che le nostre risate furono stroncate soltanto dal divieto di fare merenda da parte della maestra Gabriella. Una punizione il primo giorno di scuola. Un inizio di carriera bruciante direi. Ma Michele avrebbe potuto dirmi a memoria la formazione del Milan di tutti gli anni di presidenza di Berlusconi, descrivermi in ogni dettaglio uno scooter visto parcheggiato davanti al patronato, avrebbe potuto spiegarmi come tirare più forte a biliardino ma no, mi avrebbe risposto che non lo sente quel rumore. O forse fingerebbe di averlo sentito, per non essere inferiore a me, ma non impiegherei molto a capirlo.
Nello spogliatoio della squadra volano sempre bestemmie, urla, schioppi di tacchetti sulle piastrelle, ci sono pochi posti meno silenziosi di quello. Come potrei mai chiedere ai ragazzi brufolosi e ancora poco sviluppati, in confronto a quelle grandi tope delle nostre compagne di classe che escono coi ventenni, se loro lo sentono la notte quel rumore che a maggio tiene compagnia alle luci spente nelle stanze? Probabilmente in quella confusione non si sentirebbe nemmeno la mia domanda. Forse la sentirebbe solo lui, lo zimbello. Quello che tace sempre, che corre in quella maniera ridicola, e che non ha mai visto una ragazza in vita sua. Ma se pure lui la sentisse, non potrei mica farmi vedere dagli amici che parlo con lui. E se, - ahimè, e se? - mi rispondesse Sì, lo sento anch'io ogni notte, dovrei per caso diventargli amico? Vorrebbe forse dire che sono sfigato come lui?
Nella sala prove dietro al campetto, dove sto cercando di avvicinarmi a un mondo che per me è già qualcosa di più che una semplice curiosità, insieme a quei ragazzi grandi che già possono stare sopra a un palco, mi riaffiora poche volte il ricordo del rumore del cazzo. Per questo non l'ho mai chiesto loro. Ogni volta nelle notti di maggio resto ad ascoltarlo e mi torna in mente che sono uno stupido, e che oggi potevo proprio chiederlo a Guz, a Lallo, al Fasho se loro lo sentono mai quel rumore del cazzo. Eppure è forse un rischio che non posso permettermi. E se mi dicessero di no? E se mi prendessero per pazzo? Ci ho messo così tanto per conquistare le loro attenzioni, per poter stare con loro senza sembrare semplicemente un ragazzino curioso, timido e petulante che li ascoltava ammirato e sognante prima da fuori la sala, poi da dentro; e infine quel giorno che ho spinto fortissimo sui pedali della mia bicicletta viola, ondeggiando con la ruota, mollando il manubrio nei rettilinei per allargare le braccia e sentirmi anch'io come il treno, per vedere se facevo anch'io quel rumore del cazzo: ero felice, mi avevano appena chiesto di suonare con loro. Ce l'avevo fatta.
Ma il rumore del cazzo per contro si fece sempre più una questione privata. Lo ascoltavo mentre la brace bruciava. Ora avevo qualcosa da fare mentre lo ascoltavo, avevo il mio pretesto, non mi sentivo più stupido. E di fronte a autunni e inverni sempre più difficili, lo aspettavo come un cane aspetta il padrone, il rumore del cazzo, quando arrivava ad annunciarmi che l'estate era alle porte, e che mi avrebbe tenuto compagnia fino a settembre, durante le notti in cui non devi più andare a letto presto, che tanto domani dormi quanto vuoi. Tutti dormono in questo paese. Cambia il gelataio, il tabaccaio, spunta ogni tanto un condominio nuovo che non aggiunge nulla a un dormitorio, se non, appunto, posti letto. Il giornalaio è sempre quello. Il rumore del cazzo anche. E ancora, lo sento solo io. E non ho nemmeno più voglia di chiedere a qualcuno se lo sente. Perchè sempre più spesso ci sono anche io a bordo di quell'autobus che oltrepassa la ferrovia e mi lascia alle spalle il paese che non sente, il paese che non sento. Padova è grande, lì i rumori passano inosservati anche di notte e glielo si può perdonare. Eppure Padova li ascolta i rumori.
Se poi l'autobus diventa la mia macchina esco in terrazza, prendo di nuovo una sigaretta e la accendo, e il rumore è già lì che mi aspetta, perchè a casa ci torno sempre più tardi.
Che bello che tu ci sia ancora, rumore del cazzo, mi viene da confessargli bambinescamente. Egli non risponde, come sempre, ma mi pare sorrida del mio essere tornato al paese solo per dormire, e si compiaccia di essere lui l'ultimo tacito interlocutore della mia giornata spesa lontano. Allora mi accompagna a letto e scompare, per tornare la sera successiva come sempre e ascoltarmi raccontare ciò che c'è fuori, oltre la ferrovia, oltre il dormitorio dove tutti tacciono e nessuno sente. Perchè d'altronde nel paese anch'io ci dormo, ma non prima di averlo salutato il rumore del cazzo. E la mattina dopo mi sveglio, e senza aspettare alcun autobus, salgo in macchina, scendo nel sottopasso e risalgo, e un giorno però ci svolterò, sì, verso la stazione per andare a vedere se lo sportello del bigliettaio ha aperto.
martedì 19 maggio 2009
Se un giorno vi dovesse mancare la primavera, andate a guardare i colori al supermercato.
Certo non è romantico come dei versi di Wordsworth, o come i paesaggi di Constable. Ma in fondo con 1 euro e 95 te ne porti a casa un chilo. Un chilo di primavera.
You and me in the field hunting flowers until twilight we returned with just a fistful
if a structure fractures just look inbetween with a lens and stop this torture. Scripture helps you finding a sense
taste the grief, no relief but words left on blank as consolation let's take our pens and make'em dance (...could be the wicked Windmill) (...could be the war academy) (...could be the worst storm ever) (...could be me?)
Let's create now something new let's sing something simple and be simply proud of it
We'll narrate a brand new world from the ashes of this shattered one
So we can go back to the blooming fields Nothing in our hands pages filled with nothing
Non saprei ben dire il perchè, ma i Radio Dept sono un gruppo da alba. E a ben pensarci, se non avessimo i riferimenti cardinali, se fossimo del tutto sperduti e abbandonati alla nostra impreparazione davanti all'immensità del pianeta, non potremmo distinguere il tramonto dall'alba, in quel fermo immagine che dura pochissimo, ma che la nostra memoria sempre cattura nitidamente; quasi come non potesse lasciarci sfuggire il momento in cui un cielo così espressivo diventa neutro, sputando in faccia al nostro essere piccoli, piccoli uomini.
Freddie and the trojan horse ha dentro qualcosa della tua malinconia che nascondi dietro al tuo sarcasmo, qualcosa del tuo prendere tutto con passione, che ha incontrato le mie dure resistenze.
Sono nato il 3 Novembre 1987 ma avrei voluto avere 14 anni quel giorno. Invece mi sono ritrovato a ballare sotto la sigla di Mixer a 2 anni, a sentire parlare di morte dei democristiani a 5 anni, a non capire bene perchè Baggio fosse così triste dopo aver tirato alto a 7 anni e a perdere interi pomeriggi davanti a Mauro Serio e a Elisabetta Ferracini. Volevo fare il calciatore, poi il pilota, poi la Spice Girl, tutto in un mondo di seimila anime. Poi un giorno ho scoperto l'autobus e subito dopo gli Offspring, e ho cominciato a sostituire i miei sogni infantili con sogni nuovi e altrettanto infantili. Ho gettato via 5 anni di scuole superiori studiando con profitto perchè non abituato a condotte alternative, coltivando nel frattempo altri interessi. Dopo la maturità ho deciso che stavolta facevo a modo mio. Mi sono iscritto a Lettere e ho cominciato a esplorare Padova, odiandola nei giorni pari e amandola in quelli dispari. Dopo gli Offspring non ho più abbandonato chitarra e batteria, infilandomi nel mondo della musica fino a mimetizzarmici pian piano. Scrivo perchè di sì.